Domenica, Settembre 05, 2010
   
Text Size
Valutazione attuale: / 0
ScarsoOttimo 

Tredicesima puntata:
JON LORD
29 aprile 2010

Riascoltaci in streaming sul sito di Rock'n'Roll Radio

Jon Lord, tastierista storico dei Deep Purple, unico membro insieme a Ian Paice rimasto nei Purple fin dalla loro formazione (e anche da prima, quando ancora si chiamavano Roundabout), ha lasciato segni profondissimi nella storia del Rock grazie al suono potentissimo del suo organo Hammond, con il quale suonava incredibili assoli alternandosi alla chitarra di Ritchie Blackmore.

Raffinato compositore è stato uno dei primi a mischiare Rock e Musica Classica, realizzando già nel 1969 una monumentale opera conosciuta come "Concerto for Band and Orchestra".

In questa puntata abbiamo ripercorso l'intera sua carriera, dagli esordi con gli Artwood di Art Wood (fratello di Ron, chitarrista dei Rolling Stones) fino ai suoi lavori solisti.

REPLAY

Nella sezione REPLAY abbiamo rivalutato l'album dei Deep Purple Stormbringer, per il quale riportiamo qui di seguito la scheda completa.
Per domande o info scriveteci su Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. .
Non dimenticatevi, se vi piace quello che facciamo, non dimenticate di diventare nostri fan su facebook!

STORMBRINGER
(Deep Purple, 1974)
di Cristiano Canali

LA STORIA

Nell’estate del 1973 l’acclamato vocalist Ian Gillan e il bassista Roger Glover si separano dai Deep Purple a causa di crescenti tensioni con il chitarrista Ritchie Blackmore e il resto della band: il primo abbandona il gruppo di sua spontanea volontà, mentre il secondo viene letteralmente messo alla porta, pena il rifiuto dello stesso Blackmore a rimanere in formazione. Il quintetto inglese, all’apice della popolarità, si tramuta di colpo in un trio e si mette subito alla ricerca dei musicisti mancanti per completare la lineup e riprendere le attività. Il primo ad entrare in scuderia è il bassista/cantante dei Trapeze Glenn Hughes, giovane musicista di grande talento, già piuttosto celebre sulla scena inglese. Hughes fa di tutto per trasformare i Deep Purple in un quartetto con lui stesso alla voce, ma le perplessità degli altri membri e la volontà di non snaturarsi troppo, conducono il gruppo alla scelta di pubblicare alcune inserzioni anonime, dopo aver tentato invano di reclutare il grande Paul Rodgers dei Free, in quel momento impegnato a fondare i Bad Company. Durante l’ascolto di molte cassette, già accuratamente selezionate dal defunto manager John Coletta, la band si imbatte nella mediocre performance vocale del ventiduenne David Coverdale, cantante sconosciuto nato a Saltburn-by-the-Sea: nonostante la pessima qualità del materiale ricevuto, il tastierista Jon Lord e Ritchie Blackmore rimangono colpiti dalla sua voce e, dopo un’ansiosa audizione, lo invitano ad unirsi alla band. Nel giro di qualche mese, Coverdale si trasforma con sacrificio e sofferenza da ragazzotto strabico, brufoloso e cicciottello in una rockstar e raggiunge fortuna e gloria con l’album Burn, rilasciato nel febbraio 1974 e supportato da una tour di grande successo. Sotto nuove ed inedite pressioni, sia interne che esterne, la lineup Mark III dei Deep Purple viene rapidamente costretta a sfornare un nuovo disco nello stesso anno e, tra titubanze e idee mai andate in porto, il controverso Stormbringer viene registrato ad agosto e raggiunge il grande pubblico  nel mese di novembre.

LE ACCUSE

A differenza di Burn, disco di culto acclamato da tantissimi fan della band e amanti del rock settantiano in generale, Stormbringer è considerato quasi universalmente un disco atipico, strano, moscio e riuscito male per gli standard dei Deep Purple. Il più grande e influente detrattore di questo lavoro resta probabilmente Ritchie Blackmore in persona, che, deluso e annoiato dalla svolta intrapresa dalla lineup Mark III dei Purple a pochi mesi dall’uscita dello sfavillante disco di debutto, decide di abbandonare il gruppo per la prima volta, ponendosi come esempio ideale per molti sostenitori scontenti della direzione artistica della loro band preferita. La band sembra divisa in tre blocchi: due opposti tra loro e uno neutro. Da una parte troviamo i nuovi arrivati, Hughes e Coverdale, i quali, oltre a sviluppare una crescente e destabilizzante rivalità in merito alla quantità delle rispettive parti vocali da inserire nelle nuove canzoni, premono per far evolvere la band verso territori abbastanza inesplorati, più vicini al soul e al funk. In mezzo restano il batterista Ian Paice e il tastierista Jon Lord, con un atteggiamento neutrale in fase compositiva, mentre dalla parte opposta Ritchie Blackmore si isola con un comportamento chiuso, svogliato e poco produttivo, difendendo a tutti i costi l’attitudine hard rock del gruppo, durante una pesante crisi coniugale. Stormbringer, quindi, è il simbolo tangibile della crisi dei Deep Purple di metà anni settanta: se da una parte segna la ‘vittoria’ di Hughes e Coverdale in ambito compositivo, dall’altra si pone come prova concreta di un gruppo prossimo alla rottura, dove il membro più acclamato della band scrive canzoni quasi per dovere, esegue assoli distrattamente, non presenzia alla fase di mixaggio e si ritrova con i suoni di chitarra più bassi di sempre su un album che detesta.

RIASCOLTANDOLO OGGI…

Con queste premesse, perché rivalutare un disco del genere? Innanzitutto, per i brani che lo compongono. Qualche momento poco memorabile è presente, è vero, ma la maggior parte dei brani, anche se odiati ed eseguiti in malo modo secondo lo stesso Blackmore, sono ottimi, intensi e perfettamente apprezzabili da chiunque, al di là del genere e contesto di cui fanno parte. Chiaramente entriamo nell’ambito dell’opinabile, ma posso dirvi con certezza di non essere il solo a considerare meritevole e degno di rivalutazione il secondo parto della splendida lineup Mark III dei Deep Purple, quella a cui resto maggiormente legato e che considero essere la più talentuosa di sempre della loro lunga storia. Escludendo che Ritchie pecchi di eccessiva modestia criticando la sua performance sul disco, non è affatto stupido affermare che un artista della sua caratura possa produrre involontariamente ottima musica anche stando seduto sulla tazza del water: stiamo parlando di uno dei più grandi chitarristi rock di tutti i tempi, fonte di ispirazione per tantissimi musicisti di ogni epoca. Inoltre, anche dal punto di vista puramente simbolico, si può dire che, favorendo l’allontanamento del chitarrista dalla band, Stormbringer abbia permesso concretamente al mondo di conoscere il talento e la bellezza dei Rainbow, fondati in quel periodo dall’artista con l’aiuto dell’immensa ugola di Ronnie James Dio e interpreti, sin dagli esordi, di capolavori immortali. Motivazioni un po’ tirate? Non credo: la storia parla da sé. Se Ritchie Blackmore fosse rimasto nei Deep Purple, difficilmente avrebbe potuto esprimere al meglio la crescente vena creativa epica e fantastica che anima prepotentemente il suo progetto solista, così come difficilmente un personaggio del calibro di Glenn Hughes avrebbe represso a lungo il suo amore per il funk o sonorità alternative. Pare che David Coverdale stesso, dopo un solo anno di attività nella band, abbia affermato durante un’intervista che in quel periodo lo stile compositivo di Blackmore stesse subendo un’involuzione e, secondo il cantante, il mondo non avesse bisogno di un altro Machine Head. Un parere arrogante, egocentrico e forse un po’ ingrato, ma, col senno di poi, perfettamente condivisibile e lungimirante, anche a discapito della longevità dei suoi Deep Purple, che, prima di sciogliersi, incidono l’ottimo Come Taste The Band con lo sfortunato Tommy Bolin alla sei corde, morto prematuramente di overdose nel 1976.

I MOMENTI MIGLIORI

La title track che apre il disco è anche uno dei suoi migliori estratti: un pezzo fantastico, imponente, caratterizzato da un riffing stracolmo di groove e una performance vocale di Coverdale davvero impeccabile, semplicemente perfetta. ‘Love Don’t Mean A Thing’ al primo ascolto può apparire come un brano banale e mal riuscito, ma trovo che in realtà la traccia sia apprezzabilissima sotto molteplici aspetti. Le parti vocali sono, come sempre, di alto livello, la prestazione del duo Coverdale/Hughes risulta esente da pecche e la coppia di cantanti riesce ad emozionare anche in questa sede. Strumentalmente parlando il brano è semplice, blueseggiante, non particolarmente variegato, ma mantiene una dignità e un mood difficilmente criticabili, a meno che non si concepiscano i Deep Purple solamente come un mostro hard rock duro e puro, senza possibilità di sconfinare dai rigidi parametri del genere. ‘Holy Man’ è un brano lento fantastico, che vede Hughes protagonista assoluto alla voce. L’atmosfera è satura di sentimento, emozioni e passione dall’inizio alla fine, incluso il semplice ma impeccabile assolo di Ritchie Blackmore, il quale, per la prima volta, non compare nemmeno nella veste di coautore. A mio avviso, il brano è uno degli episodi meglio riusciti dell’intero lavoro. La successiva ‘Hold On’ è una canzone firmata da tutti i Deep Purple escluso Ritchie Blackmore, la cui chitarra viene abbastanza sottomessa nel mix, anche se non a discapito del brano stesso: non riesco davvero ad ascoltare queste canzoni facendomi influenzare dallo scarso interesse di Blackmore per questo disco, proprio perché, a mio avviso, questa cosa non danneggia minimamente la bellezza di Stormbringer! Il ritmo di questa traccia è particolarmente cadenzato, animato da un basso corposo e martellante, e la rivalità tra il singer principale e il bassista sfocia di nuovo in un’alternanza tra parti ruvide e graffianti (Coverdale) e melodie leggere, sussurrate, che si evolvono in acuti intensissimi e perforanti (Hughes): quando due tra le più grandi voci del rock tirano di scherma, ha senso preoccuparsi dell’assenza di Blackmore dai credits? Il ritmo aumenta nuovamente con ‘Lady Double Dealer’, canzone rockeggiante più legata al repertorio tradizionale dei Deep Purple. Coverdale si sfoga contro un’immaginaria (o forse no?) donna interpretando un testo aggressivo e diretto con la giusta enfasi ed energia, mentre la sezione ritmica fa faville di sottofondo, con passaggi possenti, precisi e inarrestabili. Hughes si impadronisce del bridge centrale, mentre Blackmore si lancia in un assolo piuttosto convenzionale, ma perfettamente inserito nel contesto della canzone. ‘You Can’t Do It Right’ riporta la band in territori squisitamente soul, dove le due voci si divertono come bambini, facendo a gara per dimostrare chi tra loro ci metta più emozione e feeling. Il brano è adorabile, incluso lo sfogo centrale di Jon Lord, e la chitarra di Blackmore torna prepotentemente a farsi sentire: difficile pensare che Ritchie non abbia almeno mosso un po’ la testa, registrando una canzone così ballabile e scatenata! Di sicuro ha dichiarato di non amare particolarmente ‘High Ball Shooter’, il brano successivo, che infatti viene ‘adottato’ dai soliti Coverdale e Hughes, i quali lo sfruttano a loro piacimento per darsi la rivincita in un nuovo botta e risposta di ugole di alta classe. La canzone effettivamente non è tra le migliori, fatta eccezione per le voci e le dita inarrestabili di Jon Lord, ma con ‘The Gypsy’ la band si riporta su livelli alti e ricchi di fascino, atmosfera e malinconia. I cori, le melodie di tutti gli strumenti e la perfezione delle linee vocali è in grado di far aprire il cuore anche ai detrattori più severi di Stormbringer: La classe e l’eleganza della lineup Mark III diventano quasi tangibili, ascolto dopo ascolto, e nessun amante della musica a 360 gradi può restarne immune. La conclusiva ‘Soldier Of Fortune’ è una delle ballate più belle mai registrate dai Deep Purple, se non la migliore in assoluto. David Coverdale ha tenuto il testo della canzone in serbo dai tempi del suo ingresso nella band e, con questo brano, raggiunge vette inaudite per un ragazzo di cui, solamente un anno prima, il mondo ignorava l’esistenza. È una traccia perfetta sotto ogni punto di vista: testo, melodia, groove, parti strumentali, mixaggio… non ci sono abbastanza parole per descrivere la sua intensità e le immagini evocative che prendono vita ad ogni ascolto. Ritchie Blackmore con la mente e le mani è già nei Rainbow, ma il suo cuore e il suo talento rimarranno per sempre imprigionati in questo capolavoro che chiude Stormbringer e mette la parola fine alla meravigliosa terza incarnazione di un gruppo che, per tanti anni, ha saputo rinnovarsi e tenere il mondo del rock ai suoi piedi. Ringraziamo David, Glenn, Ritchie, Jon e Ian per essersi uniti e aver messo a frutto il loro immenso talento!

CURIOSITÀ

La splendida ed evocativa copertina dell’album, in pieno stile Rainbow, è basata su una famosissima fotografia di un tornado scattata l’8 luglio 1927 vicino alla cittadina di Jasper, in Minnesota. Per la gioia di molti appassionati, Stormbringer è stato recentemente rimasterizzato e ristampato in un’edizione speciale a cura di Glenn Hughes in persona, in occasione del trentacinquesimo anniversario dalla sua pubblicazione. La EMI ha rilasciato la versione limitata e definitiva dell’album nel febbraio 2009, costituita da due dischi contenenti i brani originali rimasterizzati, le tracce remix di ‘Holy Man’, ‘You Can’t Do It Right’, ‘Love Don’t Mean A Thing’ e ‘Hold On’, la versione strumentale di ‘High Ball Shooter’ e un DVD Audio con il mixaggio originale in quadrifonia dell’album del 1974 trasposto nei formati 5.1 e PCM stereo ad alta qualità. Gli appassionati dell’album e della lineup Mark III possono recuperare ben tre dischi dal vivo originali registrati durante il tour di supporto al disco: Made In Europe, MK III: The Final Concerts e Live In Paris 1975. Il primo live è stato rilasciato nel 1976 dopo lo scioglimento della band ed è costituito da cinque tracce superlative registrate prevalentemente a Saarbrücken, in Germania, tra le quali spiccano ‘Stormbringer’ e ‘Lady Double Dealer’. MK III: The Final Concerts è un doppio CD rilasciato nel 1996 contenente undici brani dal vivo eseguiti a Graz e Parigi nell’aprile 1975 durante gli ultimi show della lineup Mark III, mentre il terzo è una succulenta e impeccabile registrazione remixata dell’intera setlist della sola data parigina del 7 aprile, l’ultima in assoluto con Ritchie Blackmore alla chitarra prima dello split, ed è stato pubblicato da Purple Records nel 2001.

IDENTITY CARD 1974

Provenienza: Inghilterra
Genere: Hard Rock
Formazione: David Coverdale (voce) Ritchie Blackmore (chitarra) Glenn Hughes (basso, voce) Jon Lord (organo, tastiere) Ian Paice (batteria)
Tracklist: ‘Stormbringer’, ‘Love Don’t Mean A Thing’, ‘Holy Man’, ‘Hold On’, ‘Lady Double Dealer’, ‘You Can’t Do It Right’, ‘High Ball Shooter’, ‘The Gypsy’, ‘Soldier Of Fortune’
Produttori: Martin Birch, Deep Purple

Questa è la playlist dei brani che abbiamo passato:

1 - DEEP PURPLE – Black Night

Palatrussardi, Milano
26 settembre 1993 - Soundboard

Lineup Mark 2: Ritchie Blackmore, Ian Gillan, Roger Glover, Jon Lord e Ian Paice (Blackmore abbandona la band definitivamente nel Novembre 1993 a causa di crescenti tensioni con Gillan).

2 - THE ARTWOODS – Can You Hear Me

Brano studio tratto dall’album Art Gallery (1966).

Lineup:

Arthur Wood - voce
Derek Griffiths - chitarra
Jon Lord - tastiere

3 - DEEP PURPLE – Space Truckin’

Palatrussardi, Milano
26 settembre 1993 - Soundboard

4 - PAICE, ASHTON & LORD – Silas And Jerome

Brano studio tratto dall’album Malice In Wonderland (1977).

5 - WHITESNAKE – Walking In The Shadow Of The Blues

Brano tratto da Lovehunter (1979), registrato nel tour dello stesso anno.

6 - JON LORD – Bach Onto This

Pezzo studio strumentale tratto dall’album Before I Forget (1982).

Lineup:

Jon Lord - pianoforte, organo, tastiere
Neil Murray - basso
Boz Burrell - basso
Ian Paice - batteria
Cozy Powell - batteria
Simon Phillips - batteria
Simon Kirke - batteria

7 - DEEP PURPLE – Stormbringer
(REPLAY)

Tratto dal live ufficiale Made In Europe (1976), registrato tra il 4 e il 7 aprile 1975 a Graz (Austria), Saarbrücken (Germania) e Parigi.

Lineup Mark 3: Ritchie Blackmore, David Coverdale, Glenn Hughes, Jon Lord e Ian Paice.

8 - DEEP PURPLE – Lady Double Dealer
(REPLAY)

Tratto dal live ufficiale Made In Europe (1976)
Registrato tra il 4 e il 7 aprile 1975 a Graz (Austria), Saarbrücken (Germania) e Parigi.

9 - DEEP PURPLE – Burn

Tratto dal live ufficiale Made In Europe (1976)
Registrato tra il 4 e il 7 aprile 1975 a Graz (Austria), Saarbrücken (Germania) e Parigi.

 

Restore Default Settings